Chimica italiana, nuovo allarme Federchimica: produzione in calo
Federchimica prevede per il 2026 un calo del 3% della produzione chimica italiana, oltre il 13% sotto il 2021, con energia ed ETS tra le cause.
La crisi della chimica italiana non accenna a fermarsi. Durante l’Assemblea pubblica 2026 di Federchimica, svoltasi il 26 ottobre a Milano, il presidente Francesco Buzzella ha lanciato un nuovo allarme sul futuro industriale dell’Europa. I dati presentati in occasione dell’evento descrivono un settore in ulteriore contrazione. Secondo le previsioni dell’associazione, dopo il calo del 3,2% registrato nel 2025 la produzione è attesa in ulteriore flessione del 3% nel 2026. La perdita complessiva rispetto al 2021 supererà così il 13%.
La chimica italiana registra una produzione in calo: i numeri del settore
L’indice economico presentato da Federchimica a Milano descrive un comparto che continua a risentire delle crisi energetiche e delle tensioni geopolitiche. Nei primi otto mesi del 2026 la produzione chimica italiana ha registrato una flessione del 4%. Il calo segue il beneficio temporaneo degli acquisti anticipati da parte delle imprese clienti, preoccupate per possibili interruzioni delle catene di fornitura. Nella seconda parte dell’anno la debolezza della domanda industriale ha determinato un nuovo peggioramento, e per il 2027 Federchimica prevede una crescita di appena lo 0,5%.
A soffrire maggiormente sono la chimica di base e le materie plastiche, particolarmente energivore ed esposte alla sovraccapacità produttiva mondiale. Più contenuta la contrazione della chimica fine e specialistica, mentre alcuni comparti come la cosmetica continuano a mostrare segnali di espansione. Tra i settori clienti, gli impulsi positivi provengono soprattutto da meccanica, elettronica e aerospazio, con l’automotive in parziale recupero e moda e legno-arredo ancora in difficoltà.
Il peso del settore resta però rilevante. La chimica ha quasi 60 miliardi di euro di valore della produzione, oltre 40 miliardi di esportazioni, 2.900 imprese e 117 mila addetti. È la quinta industria italiana. L’Italia è il terzo produttore europeo di chimica.
Le cause: energia cara e pressione della Cina
Il nodo principale, secondo Federchimica, è il divario nei costi energetici con i concorrenti internazionali. L’incidenza dei costi energetici sul valore della produzione chimica italiana è passata dal 14% del 2021 al 18% del 2024. Secondo le stime dell’associazione, rischia di raggiungere il 23%. Il gas naturale in Europa arriva a costare fino a nove volte quello statunitense. All’inizio del 2026 i prezzi dell’elettricità in Italia risultavano più che doppi rispetto alla Francia e tripli rispetto alla Spagna.
A questi squilibri si aggiunge il peso del sistema ETS. Questo meccanismo europeo impone alle imprese soggette alla norma di disporre di quote corrispondenti alle proprie emissioni di gas serra. Secondo le elaborazioni di Federchimica, tra costi diretti e indiretti l’ETS pesa sull’industria chimica italiana per oltre 600 milioni di euro all’anno. Questa cifra equivale agli investimenti annuali dell’intero settore in ricerca e sviluppo. Senza una revisione, l’onere potrebbe superare 1,5 miliardi di euro entro il 2030.
Sul fronte della concorrenza internazionale, nel 2025 la Cina rappresentava il 46% del valore della produzione chimica mondiale, contro il 13% dell’Unione europea e il 12% degli Stati Uniti. Nel 2019 dalla Cina proveniva il 5% delle importazioni chimiche italiane; nel 2025 la quota è salita al 17%, con un disavanzo commerciale oltre gli 8 miliardi di euro. Secondo un’analisi dell’OCSE richiamata da Federchimica, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi hanno beneficiato di sostegno pubblico da tre a otto volte superiore a quello dei Paesi OCSE.
Il rischio è strutturale ed è sottolineato anche da uno studio di Roland Berger per Cefic, l’associazione europea dell’industria chimica. Tra il 2022 e il 2025 l’Europa ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva chimica, pari al 9% del totale. Circa 110 mila posti di lavoro sono coinvolti. Nello stesso periodo gli investimenti in nuova capacità sono diminuiti del 90%, mentre le chiusure annunciate sono aumentate di sei volte.
“Le fabbriche, però, possono chiudere in pochi mesi. E se una fabbrica chiude, non riapre come per incanto con un nuovo regolamento”, ha insistito con particolare forza il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella.
Le richieste all’Europa: ETS, energia e incentivi alla ricerca
Buzzella ha chiesto una politica industriale “in due tempi: proteggere la capacità strategica oggi, trasformarla domani”, precisando che “la transizione ecologica deve essere pragmatica, non ideologica”. Federchimica individua quattro ambiti prioritari. Il primo è la riduzione dei costi di energia e carbonio, poi la semplificazione normativa e il rafforzamento degli incentivi alla ricerca. Il quarto è la promozione della domanda di prodotti chimici europei, circolari e a bassa intensità di carbonio.
Sul piano politico il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è intervenuto con un videomessaggio. Ha ricordato come nel 2025 l’Italia insieme ad altri sette Paesi abbia promosso un non paper per chiedere interventi a tutela delle produzioni strategiche. A questo è seguito il Piano d’azione europeo per l’industria chimica, adottato dalla Commissione l’8 luglio 2025. Nell’ottobre dello stesso anno è nata la Critical Chemicals Alliance. Il Mimit sostiene ora il riconoscimento della chimica come settore strategico nell’Industrial Accelerator Act, il regolamento proposto dalla Commissione nel marzo 2026. Per Urso servono “il ritorno a prezzi competitivi dell’energia e una riforma radicale dell’ETS”.
Sul fronte della ricerca, il settore destina ogni anno oltre 600 milioni di euro a R&S. Sono coinvolte più di mille imprese attive e circa 8 mila addetti dedicati. Per numero di imprese chimiche impegnate nella ricerca l’Italia è seconda in Europa solo alla Germania. Buzzella ha chiesto di potenziare il credito d’imposta per ricerca e sviluppo, rendendolo strutturale e accessibile anche alle PMI, compresa l’innovazione incrementale. Rispetto al 1990 le emissioni dirette di gas serra della chimica italiana si sono ridotte del 70%. L’efficienza energetica è migliorata del 44% rispetto al 2000. L’obiettivo, per Federchimica, è evitare il carbon leakage, lo spostamento delle produzioni verso Paesi con vincoli ambientali meno stringenti.
Fonti:
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