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Intelligenza artificiale in fabbrica: robot e competenze mancanti

L'intelligenza artificiale in fabbrica cresce verso 348,4 miliardi di dollari nel 2035, ma i ruoli specializzati restano i più difficili da ricoprire.

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Redazione AI Manifattura
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Tecnologie
Intelligenza artificiale in fabbrica: robot e competenze mancanti

L’intelligenza artificiale è entrata in fabbrica. Lo sta facendo su più fronti contemporaneamente. Si va dai robot autonomi presentati alle fiere di settore ai sistemi di controllo qualità che ormai superano il 95% di accuratezza. Dietro i numeri c’è anche un nodo che le imprese faticano ancora a sciogliere. Le persone che fanno funzionare tutto questo sono le più difficili da trovare. I dati arrivati in queste settimane disegnano un quadro concreto. Provengono da sondaggi di settore, casi aziendali e appuntamenti espositivi. Mostrano vantaggi misurabili e ostacoli tutt’altro che secondari.

I robot imparano a gestire l’imprevisto

Saper eseguire un percorso predefinito alla perfezione non basta più. È il cambio di prospettiva con cui ABB Robotics si presenta alla BI-MU 2026. La fiera è in programma dal 13 al 16 ottobre a Rho. «Le aziende non si chiedono più se un robot sia in grado di muoversi. Ma se sia in grado di comprendere e adattarsi a contesti produttivi in continua evoluzione». La direzione è la stessa per Siemens. Alla stessa fiera debutta in Italia con Sinumerik Machine Tool Robot, soluzione che unisce la flessibilità della robotica alle prestazioni delle macchine utensili. È presente anche l’agente Eigen Engineering Agent integrato nel TIA Portal per supportare i progettisti di sistemi di automazione.

Il legame tra simulazione e produzione reale diventa il motore dello sviluppo. La piattaforma RobotStudio HyperReality di ABB integra le librerie Nvidia Omniverse. Genera dati sintetici fisicamente accurati fino al 99%. Così colma il divario tra modello digitale e macchina reale. Il principio Real2Sim2Real usa il feedback della produzione per migliorare continuamente simulazioni, modelli e prestazioni. Per un titolare di PMI significa poter collaudare un’applicazione in digitale prima di fermare la linea.

Dove l’intelligenza artificiale in produzione rende davvero

I numeri del mercato confermano che il terreno più fertile è il reparto. Nel food and beverage, l’intelligenza artificiale valeva 14,8 miliardi di dollari nel 2025. Secondo le stime di Market.us crescerà a un tasso del 37,1% annuo. Arriverà a circa 348,4 miliardi nel 2035. La produzione alimentare pesa da sola per il 34,5% di quel mercato, ossia circa un terzo del totale. Anche i responsabili di impresa manifatturiera la pensano allo stesso modo. Secondo un’indagine di Xometry su 150 dirigenti del settore, le aree di maggiore impatto risultano proprio la producibilità dei pezzi e il calcolo dei costi.

Le applicazioni più mature sono quelle con un riscontro immediato in reparto. I sistemi di visione artificiale per la classificazione di frutta e verdura hanno superato il 95% di accuratezza nel 2025. Un impianto industriale di ispezione alimentare è invece arrivato al 99%. Sul fronte degli sprechi, un sistema di monitoraggio provato per due settimane in una fabbrica Nestlé ha ridotto dell’87% gli scarti alimentari commestibili. Per chi gestisce grandi volumi, un miglioramento dell’1-2% in resa o efficienza può valere decine di milioni di dollari l’anno.

Le grandi imprese assorbono il 67,9% della spesa in intelligenza artificiale: le medie aziende rischiano di restare spettatrici della transizione.

I costi nascosti che rallentano l’adozione

Il quadro non è però tutto rose. La valutazione critica va fatta con lo stesso rigore dei casi di successo. Il costo degli investimenti e i tassi di interesse frenano le imprese più piccole. Devono inoltre affrontare l’integrazione con le infrastrutture industriali esistenti. Queste spesso sono gestite da MES ed ERP datati. La cybersecurity aggiunge un ulteriore strato di complessità. I vantaggi promessi non arrivano se i sistemi non parlano con ciò che già gira in stabilimento.

Il nodo più serio resta però la competenza. Secondo Xometry, proprio i ruoli legati ad automazione e intelligenza artificiale sono tra i più difficili da ricoprire. Nel settore alimentare la domanda di professionisti AI cresce di oltre il 28% all’anno. L’offerta di laureati in food science aumenta di meno del 3%. Le figure ibride, capaci di dialogare sia con il processo produttivo sia con i modelli di machine learning, sono quelle che mancano di più.

Senza competenze ibride interne, anche il progetto migliore resta un prototipo che non scala.

Per un responsabile di produzione la lezione operativa è duplice. Da un lato le tecnologie sono pronte e misurate: robot che si adattano, ispezioni automatizzate con accuratezza vicina al 99%, agenti che assistono la progettazione. Dall’altro l’ordine delle priorità non è tecnologico ma organizzativo: prima l’integrazione con i sistemi esistenti, poi la formazione delle persone, infine la scala. Le aziende che partiranno da qui eviteranno di comprare innovazione che poi non saprebbero usare. Quelle che compreranno solo macchine resteranno indietro. Non sarà colpa dei robot, ma del collo di bottiglia tra ciò che la tecnologia promette e ciò che il reparto sa sfruttare.

Fonti:

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